Il Ministero dell'Economia si accorge dell'inadeguata composizione del corpo decente nelle università italiane. Questo è quanto appare nel libro verde sulla spesa pubblica del Ministero al capitolo scuola ed università. Fin qui niente di nuovo, ma interessanti sono i motivi per cui, secondo l'indagine ministeriale, i problemi delle università italiane risiederebbero principalmente nell'inadeguatezza del corpo docente: il sistema delle lauree triennali, con materie non sempre rispondenti alle necessità del mondo del lavoro, ha portato ad una vera e propria inflazione dei corsi di laurea; conseguentemente le varie strutture accessorie (mense, aule studio) e non (laboratori, materiale didattico) risultano insufficienti; il rapporto docenti/studenti è il più baso dei paesi occidentali; il numero di borse di studio è insufficiente; ma soprattutto, nelle università italiane ci sono molti più professori che ricercatori.
Apriti cielo! Davvero singolare la segnalazione del Ministero del Tesoro, secondo cui l'origine di quest'ultimo problema è proprio il sistema rigido delle carriere, un sistema pensato e rodato dal '68 in poi con l'obiettivo di assicurare la carriera a chi è più uguale degli altri. Un sistema pensato proprio dai padri politici di chi ora è al Governo... In Italia ci sono 18 mila professori ordinari, 18 mila associati e 21 mila ricercatori. Il sistema delle carriere è tale per cui risulta più facile fare un professore che fare un ricercatore. Risulta evidente come un sistema del genere NON possa essere basato sulla meritocrazia, altrimenti si avrebbe una distribuzione a piramide delle carriere, non a cilindro. Un sistema del genere è un sistema basato su criteri estremamente rigidi per entrare, per niente meritocratici, ma una volta entrati tutto procede come per scatti di anzianità. Infatti, per entrare non serve a nulla essere capaci, avere risultati il cui valore sia riconosciuto in ambito internazionale, per fare carriera non serve essere perseveranti nello sviluppo del proprio lavoro. Bisogna essere graditi alla Nomeklatura. Ma per esserlo bisogna evitare di pestare i piedi agli altri. Meglio fannulloni che attivi ma invadenti (come chi è attivo e vivace, del resto). Meglio scemi che intelligenti ma possibili disturbatori della quiete (come lo è chiunque sia intelligente ed abbia, quindi, la possibilità di essere "attivo"). Insomma, in sistema in cui vince la mediocrità.
Forse il Ministero non si è accorto che non esiste alcun criterio di controllo del merito. Il Ministero, ed in particolare quello dell'Università e della Ricerca, dovrebbe sapere della totale autonomia in cui vivono i vari atenei, e conseguentemente della totale autonomia con cui gli atenei indicono concorsi e nominano le commissioni. Il Ministero dovrebbe sapere di come i finanziamenti non siano poi così vincolati all'importanza e, soprattutto, alla riuscita di un progetto, ma siano vincolati alla discrezione dei vari Consigli degli atenei e dei centri di ricerca, cioè della Casta, quella Casta di cui, però, non si parla nel libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Forse perché è una Casta troppo politicamente di parte, di quella parte. Ecco perché, personalmente, ritengo che l'indagine ministeriale finirà nel dimenticatoio, almeno per quel che riguarda l'attuale Governo.